Monday, December 19, 2011

La città liberale

CARTA LIBERALE PER LA CITTÀ

La Carta Liberale per la Città si riconosce nei seguenti principi fondativi:

Individualismo etico: la persona va intesa come un fine in sé, unica fonte di rivendicazione morale legittima; perciò, non può essere riconosciuto alcun valore intrinseco, indipendente e autonomo ad altre entità, quali gruppi, collettivi, classi e comunità. In questa prospettiva, lo stato è uno strumento che può entrare in gioco solo per essere al servizio degli individui ed ove questi ultimi non siano in grado di risolvere autonomamente i loro problemi.

Libertà negativa (principio del danno e pluralismo): la libertà individuale è la garanzia fondamentale che le istituzioni devono assicurare a tutti. Ad ogni individuo deve essere riconosciuto un diritto fondamentale alla “libertà negativa”, compatibile con il medesimo diritto riconosciuto ad altri: l’espressione “libertà negativa” individua quell’idea di libertà, interpretata in termini di non-impedimento e non-interferenza, che ricomprende le libertà di esprimersi, associarsi, detenere proprietà privata, consumare, intraprendere, contrattare. È qui implicita l’idea che ciascuno può perseguire liberamente la propria “concezione della vita buona”, purché consenta anche agli altri di fare altrettanto e senza arrecare loro danni diretti e tangibili. Il pluralismo delle concezioni del bene è, in quest’ottica, un aspetto provvidenziale di una società veramente aperta.

Stato limitato: le norme (che lo stato è legittimato ad emanare per proteggere le libertà individuali ed evitare danni reciproci) devono soddisfare due requisiti fondamentali. Il primo è l’imparzialità delle regole del gioco: le norme devono essere “generali” e “astratte”. Il secondo requisito è rappresentato dalla stabilità e prevedibilità di funzionamento del sistema regolativo complessivamente inteso. In sintesi, lo stato deve agire sia per leges, sia sub lege.

Nel considerare la città un vero e proprio laboratorio di libertà, in quanto, se per un verso le sue dinamiche implicano complessi processi decisionali, per l’altro consentono di affinare le competenze di cittadinanza attiva, IL MOVIMENTO DI OPINIONE “SOCIETÀ LIBERA” AUSPICA UNA POLITICA URBANA LIBERALE, incentrata sia sull’identificazione di ‘vincoli sul modo di produrre vincoli’ (ossia, requisiti procedurali che qualunque amministrazione pubblica locale dovrebbe soddisfare nel varare norme urbanistiche), sia sull’individuazione di “regole/politiche concrete” (ossia, provvedimenti sostantivi e specifici che si ritiene un’amministrazione pubblica dovrebbe adottare) E PROPONE LE SEGUENTI POLITICHE RITENUTE PRIORITARIE.

La città per l’uomo

1. L’uomo deve essere il fine delle politiche urbane, mentre la città costituirne il mezzo attraverso cui sostenere le persone nella loro vita, offrendo loro la possibilità di raggiungere autonomamente i propri scopi come meglio credono e fornendo loro supporto quando necessario. La città deve essere pensata per l’uomo e non viceversa. L’uomo, la sua libertà e creatività sono l’unica vera risorsa.

2. La città da sempre incarna il concetto di complessità e di ricchezza culturale. Oggi però l’emblema è l’entropia generata dalla incapacità a gestire la complessità. Occorre mettere in circolo i saperi per adeguare la città, in crisi, al mutamento della società sempre più interetnica.

3. L’intervento sulle città non può essere soggetto ad alcuna politica o approccio disciplinare che, “imponendo limitazioni e restrizioni che si estendono ad ogni sorta di possibilità (comprese quelle intellettuali) e agli stessi rapporti interpersonali, commettano l’errore di voler sostituire un’idea, del tutto soggettiva e parziale, di ordine urbano alla complessità e vitalità d’uso che danno alle parti di una città struttura e forma appropriate”.

4. Nella costruzione della città liberale, l’interesse pubblico che deve essere più protetto è la garanzia delle libertà individuali.

Tutela dei diritti e modalità di intervento

5. Nel corso dell’Ottocento il diritto di costruire su un terreno di proprietà venne progressivamente limitato con una serie di motivazioni: non soltanto quelle dirette a regolamentare la produzione delle case in quanto bene di mercato o destinate a rendere le costruzioni compatibili tra loro, ma, anche, disposizioni dettate dal programma di migliorare le condizioni di vita secondo i criteri dei pianificatori. Queste ultime norme vanno abolite se ingiustificate.

6. Le regole dovrebbero essere prevalentemente di tipo negativo, ossia volte esclusivamente ad escludere i danni (diretti e tangibili) che l’uso di un suolo potrebbe provocare ad altri. La libertà di costruire deve venire di nuovo assicurata a tutti – perché in Europa il possesso della casa è condizione di cittadinanza e libertà del cittadino – e ciò deve avvenire con strumenti più simili a regolamenti edilizi che a piani regolatori, e in grado di recuperare la plurisecolare conoscenza che si era depositata in essi. Tutti abbiamo infatti sperimentato come le regole dei pianificatori moderni, che quel tipo di strumenti hanno sempre criticato, abbiano invece prodotto periferie anonime e invivibili, impedendo il libero esercizio del diritto di costruire e trasferendolo progressivamente dall’iniziativa dei singoli a quella di pochi imprenditori edilizi, che oggi monopolizzano il mercato.

7. È necessario superare la pianificazione urbanistica basata sullo “zoning”, non soltanto per il perseguimento di un equilibrato mix funzionale nelle diverse parti della città, con l’assicurazione insieme alla sostenibilità sociale e ambientale anche di rilevanti effetti positivi sul sistema della mobilità, ma soprattutto per la più ampia tutela degli interessi diffusi e il conseguente superamento del nefasto intreccio politica/affari.

8. Il tessuto urbano, in grado di rispondere al mutamento sociale, deve poter poggiare su una serie di funzioni nuove che favoriscano il dialogo, la crescita comune, la comunicazione e la coesistenza nel rispetto delle diversità. “L’architettura del dialogo deve essere la ricapitalizzazione delle Diversità, soprattutto di quelle che rappresentano valori positivi”.

9. La nano scienza e le tecnologie relative devono costituire il recupero dell’occasione precedentemente mancata di contribuire alla realizzazione di un sistema integrato di servizi innovativi. Le nanotecnologie sono la chiave per l’ottimizzazione dell’uso delle risorse naturali, per la drastica riduzione della produzione di inquinanti, per la tutela del diritto alla salute, per favorire l’accesso a beni e servizi.

10. Avvicinare la produzione e la fruizione dei beni, servizi, relazioni, informazioni, mediante l’organizzazione reticolare dell’architettura del dialogo e usufruendo delle potenzialità delle tecnologie più avanzate, significa abbattere il vincolo delle prossimità spaziali e produrre un circuito virtuoso che riconnette i vari livelli di intervento in un unico disegno: significa affrontare la crisi urbana attraverso la trasformazione genetica e culturale della società.

11. Il sistema della mobilità deve consentire la più ampia libertà di scambio d’idee, di servizi, di capacità, di personale e di merci. Affinché ciò avvenga è necessario affrontare e risolvere le criticità mediante interventi di razionalizzazione e potenziamento, privilegiando la sperimentazione di nuovi e alternativi modelli organizzativi, quale lo Shared Space che, per effetto dell’assenza di segnaletica, esalta la responsabilità individuale degli utilizzatori (automobilisti, ciclisti e pedoni) in quanto costretti ad una continua negoziazione tra loro dei propri movimenti.

12. La mobilità non deve generare costi illegittimi a terzi, né ambientali né economici. Nessun sussidio né vincolo di sorta deve riguardare la fornitura di servizi di trasporto collettivi. La fornitura di infrastrutture di trasporto, stradali o ferroviarie dovrà essere affidata, per quanto possibile, a meccanismi “di club”, in cui gli utenti potenziali decidano di sobbarcarsene i costi e di godere dei benefici (tasse di scopo negoziate localmente). Va favorito il più ampio spazio per l’innovazione tecnologica nel perseguimento di obiettivi di sviluppo sostenibile, con particolare riferimento all’impatto dei servizi digitali sulla mobilità e, conseguentemente, sull’inquinamento e sui consumi energetici.

Separazione netta del ruolo pubblico da quello privato

13. Il soggetto pubblico e il soggetto privato non dovrebbero negoziare o contrattare alcunché in relazione allo sviluppo urbano, né agire congiuntamente tramite forme partenariali. Ognuno dovrebbe svolgere autonomamente il ruolo che gli è proprio.

14. L’ideale della sussidiarietà implica che debbano farsi carico delle esigenze degli individui, partendo dal basso, le realtà sociali o istituzionali più adatte per il compito in questione, e che si possa distinguere tra sussidiarietà verticale e sussidiarietà orizzontale; è soprattutto quest’ultima che va incentivata.

15. L’impiego del “diritto privato” va incentivato, sia ampliandone lo spazio d’azione, sia introducendo nuovi istituti giuridici. Affinché ciò sia possibile è necessario lasciare il massimo spazio a forme private di regolazione degli usi dello spazio e di fornitura di servizi comuni (comunità contrattuali private), costituite da gruppi di individui che si aggregano volontariamente e in grado di autogestirsi.

Da “Società libera” info@societalibera.org

 

 

 

 
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Monday, September 12, 2011

VENDIAMO LE SCUOLE!!

 

Se non fosse per plasmare cittadini “virtuosi”, quale altra ragione potrebbe spingere i socialisti a strapparsi i capelli quando sentono parlare qualche leader riformatore di parità scolastica (non di privatizzazione)?

Per esclusione: l’argomento efficienza è ridicolo. E’ sotto gli occhi di tutti che la scuola “democratica” statale è uno dei tanti rottami dello stato apparato. In quanto pubblica, non esiste il sistema dei prezzi che fornisce indicazioni sulla qualità dei servizi: quanto vale una lezione del professor “A”? Nessuno lo sa, e forse è meglio così. D’altronde i prof., preferiscono il più neutrale “punteggio” assegnato dal ministero piuttosto che l’impietoso giudizio dei loro studenti-consumatori. Ergo, nessun insegnante è indotto a fare meglio. Insomma, ci si limita a non esagerare con l’ozio. Una recente riforma delle elementari ha innalzato da uno a tre il numero di maestre per classe, il tutto con l’approvazione convinta degli psicologi di regime. Si sa, tre inetti sono meglio di uno. In realtà, la moltiplicazione delle cattedre è stato solo un modo per “sistemare” aspiranti prof.: ogni impiegato statale in più significa infatti un voto garantito a vita per il politico di turno. Non esistono giustificazioni né pedagogiche, né didattiche. La scuola pubblica è solo lo strumento per creare nuovi clientelismi a spese di tutti gli altri cittadini. Per quanto riguarda l’efficienza non si può quindi dire che rappresenti un modello; il fatto che uno studente costi allo stato il doppio rispetto a quanto spende un istituto privato per un proprio alunno, rende l’idea dello spreco di denaro che la contraddistingue.

E allora sarà l’efficacia del metodo di apprendimento a sancire la sua superiorità: anche qui però un bel quattro, si usava dire una volta (oggi le valutazioni avvengono con metodi strani, alle elementari sei “A” o “B”, alle medie “buono”, “ottimo”, al liceo c’è un sistema a punti che fa rimpiangere le raccolte del “Mulino Bianco”), non glielo leva nessuno. C’è qualcuno di voi che ricorda qualcosa di importante, di utile che abbia appreso a scuola? Buio pesto. La scuola pubblica riempie gli studenti di nozioni, di numeri, di formule senza spiegare i perché delle cose. E allora tutto sembra loro vuoto, vano, vago. I ragazzi si distraggono, parlano, l’insegnante recita la parte dell’indignato e racconta ai suoi ragazzi che sono i peggiori che abbia mai avuto. Lo studente non apprende alcunché ma almeno è demotivato al punto giusto per chiudersi in bagno a farsi una canna.

C’è oggi una alternativa a questo tipo di istruzione? No, lo stato democratico è un vero monopolista dell’educazione. Come tutti i sovrani concede qualche “privilegio”, per far vedere che è pluralista, ma si tratta di una farsa. Le poche scuole private esistenti sono enclave per rampolli di famiglie benestanti, costosissime, di pessima qualità, e in gran parte cattoliche. Garantiscono solo la promozione.

Qual è la strada da percorrere allora?Vendiamo le scuole pubbliche, privatizziamole!

Lasciamo che siano i cittadini a scegliere il tipo di educazione ed istruzione da dare ai loro figli. Così si formeranno scuole cattoliche e laiche, di destra e di sinistra, steineriane e padane, venete o lombarde. Lasciamo che siano i genitori a pagare direttamente gli insegnanti: così i presidi, veri e propri manager della cultura, saranno portati ad ingaggiare i migliori professionisti del settore. In caso contrario rischierebbero il fallimento e quindila chiusura. Nenasceranno così di più care e di meno care, di pomeridiane e di serali. Come spazio fisico dove accompagnare i propri figli, la scuola potrebbe in parte scomparire sostituita da lezioni via internet direttamente da casa, con alunni e professore che interagiscono a distanza di migliaia di chilometri. Insomma, accadrebbe quello che solitamente avviene con ogni altro bene.

E chi non avesse i soldi per far studiare i propri ragazzi? Ecco la ragione principale che giustifica la presenza della scuola pubblica: è gratuita, dunque aperta a tutti, ricchi e poveri. Falsità: il loro “gratuita” bisognerebbe convertirlo in “sovra-pagata dai contribuenti “; essa, attraverso l’apparato coercitivo dello stato, estorce denaro a tutti i cittadini, indipendentemente dal fatto che abbiano figli in età scolastica, per offrire loro un pessimo servizio di cui molti farebbero volentieri a meno: per esempio coloro che iscrivono i figli in una scuola privata; questi pagano due volte, la retta e le tasse per l’istruzione pubblica altrui. Che dire allora della scuola di stato. Oltre che inefficiente e inefficace, è anche immorale. E poi, perché per garantire il servizio a pochi indigenti, occorre imporlo anche a tutti gli altri? E’ come se, per garantire il fabbisogno giornaliero di cibo a qualche minore, si organizzasse un sistema pubblico di nutrimento anche per coloro che avrebbero di che sfamarsi. Nel caso, dunque, di uno studente in difficoltà, in realtà si potrebbe ammettere un intervento dello stato, ma non necessariamente; non si può escludere infatti che in un sistema completamente privatizzato non sorgano fondazioni, associazioni o enti di carità, anch’essi finanziati con capitali privati, con la finalità di sobbarcarsi gli oneri scolastici degli studenti più poveri.

I più meritevoli sicuramente avrebbero invece da contendersi un numero maggiore borse di studio messe a disposizione da aziende con una certa fama. Addirittura c’è chi profetizza la nascita di borse valori in cui quotare gli studenti migliori: la scommessa è investire sui businness plan di quei giovani che hanno le idee chiare su cosa fare da grandi. Il libero mercato, anche quello del sapere e della scuola, ridà centralità all’individuo, un individuo responsabile, che più di qualunque burocrate sa quello che è meglio per soddisfare i propri bisogni.

Alcune regioni del Nord Italia hanno di recente optato per il buono scuola, ovvero un sussidio per consentire anche alle famiglie meno abbienti l’accesso alla scuola privata. Tale soluzione, però, né elimina il problema della violenza originata dalla tassazione, né erode il potere di decisione dello stato riguardo da una parte, le scuole private da “riconoscere”, dall’altra, il controllo di quelle pubbliche. In sostanza si offre soltanto ad alcuni cittadini una opportunità in più, ceteris paribus.

La soluzione migliore rimane dunque la privatizzazione di tutta la scuola: si innescherebbe così un processo di concorrenza tra tutti gli operatori del settore che produrrebbe prezzi sempre più bassi e servizi di qualità.

Contestualmente sarebbe auspicabile l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Oggi qualsiasi diploma è un inutile pezzo di carta che certifica solo quanti anni abbiamo trascorso su un vecchio banco pasticciato. Al suo posto si diffonderebbero anche in Italia enti di certificazione in grado di rilasciare attestati (riconosciuti dalle imprese) circa le effettive capacità degli studenti. Le stesse scuole si organizzerebbero in modo da sostituire l’esame di fine corso (per esempio l a maturità) con esami all’ingresso, al momento dell’iscrizione. Questo porterebbe gli studenti a rendersi conto di quali siano effettivamente le loro attitudini, mentre le scuole sarebbero nelle condizioni di offrire un insegnamento più mirato e personalizzato.

Infine, propongo l’abolizione dell’obbligatorietà scolastica. Ciò produrrebbe la liberazione di molti ragazzi dal regime carcerario scolastico già a tredici, quattordici anni. Alcuni di loro non si sentono portati per lo studio; non si capisce perché li si debba costringere a trascorrere del tempo in un’aula scolastica. Evidentemente lo stato preferisce il disoccupato trentenne ma laureato, piuttosto che il lavoratore ignorante in latino ma ben inserito. Il primo infatti è il classico suddito disperato, pronto a fare qualsiasi cosa pur di ingraziarsi il potente rappresentante delle istituzioni; il secondo è invece il solito borghese, ribelle e ostile nei confronti di un fisco rapace che gli sottrae più della metà dei propri averi. Basta vedere quello che accade nelle socialdemocrazie europee, dove abbondano i laureati in discipline inutili ma manca la manodopera, rimpiazzata da immigrati del terzo mondo. E’ ora di cambiare rotta: facciamo lavorare i nostri ragazzi che desiderano farlo, a qualsiasi età. Meglio un lavoratore oggi che un disoccupato domani. Non credo che questo ci porterà all’analfabetismo di massa: nell’era della comunicazione globale è indispensabile avere un minimo di istruzione che, sono portato a pensare, nessuno vorrà negare ai propri figli.

Concludo con le parole dell’economista e filosofo Ludwig von Mises: “Vi è, in verità, un’unica soluzione: lo stato, le leggi, non debbono in nessun modo interessarsi della scuola e dell’istruzione. I fondi pubblici non devono essere usati per tali fini. L’educazione e l’istruzione dei giovani devono essere lasciate interamente nelle mani dei genitori e di associazioni e istituzioni private”.

da http://www.movimentolibertario.com/

DI ROBERTO ENRICO PAOLINI

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Tuesday, February 9, 2010

Io, la matita

sabato 20 dicembre 2008

 

 

Sono passati 50 anni da quando Leonard E. Read scrisse questo breve racconto, ma forse mai come oggi il suo messaggio è attuale e urgente: si potrebbe in effetti sostituirlo a buona parte dei testi in uso nei corsi di economia, con il risultato di diffondere quella conoscenza del mercato oggi sommersa dal fiume in piena della dottrina della pianificazione centrale. Non a caso l’autore fu anche fondatore della Foundation for Economic Education, nata nell’immediato dopoguerra proprio per contrastare la diffusione del virus statalista nell’economia statunitense.

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Di Leonard E. Read

Sono una matita di grafite – la comune matita di legno familiare a tutti i ragazzi e ragazze ed adulti che leggono e scrivono.

Scrivere è sia la mia vocazione che la mia occupazione; questo è tutto quel che faccio.

Potreste domandarvi perché dovrei scrivere una genealogia. Beh, tanto per cominciare, la mia storia è interessante. E, poi, io sono un mistero – più grande di un albero o di un tramonto o anche di un lampo. Ma, sfortunatamente, sono accettata come un dato da chi mi usa, come se fossi un semplice episodio senza antecedenti. Questo atteggiamento superficiale mi relega al livello del banale. Questo è un esempio del grave errore in cui l’umanità non può più a lungo persistere senza pericolo. Poiché, osservò il saggio G.K. Chesterton, “periamo per mancanza di stupore, non a causa di stupori”.

Io, matita, per quanto sembri semplice, merito il vostro stupore e rispetto, una rivendicazione che cercherò di provare. Difatti, se potete comprendermi – no, è chiedervi troppo – se poteste divenir coscienti del carattere miracoloso che io simbolizzo, aiutereste a salvare quella libertà che l’umanità sta infelicemente smarrendo. Ho una profonda lezione da impartirvi. E posso darvela meglio di un auto o di un aereo o di una lavastoviglie perché – beh, perché sono apparentemente tanto semplice.

Semplice? Eppure non una singola persona sulla faccia della terra sa come fabbricarmi. Questo pare inverosimile, no? Specialmente quando ci si rende conto che ci sono circa un miliardo e mezzo di miei simili prodotti ogni anno negli USA.

Prendetemi ed osservatemi. Cosa vedete? Non molto – c’è del legno, della lacca, la marca stampata, della grafite, un poco di metallo e una gomma.

Innumerevoli antecedenti

Proprio come voi non potete risalire troppo all’indietro col vostro albero genealogico, così mi è impossibile nominare e spiegare tutti i miei antecedenti. Ma vorrei suggerirne abbastanza perché su di voi si imprima la ricchezza e complessità dello sfondo.

Il mio albero genealogico comincia con quel che è proprio un albero, un cedro di quelli dritti che crescono nella California del Nord e in Oregon. Adesso pensate a tutte le seghe, ai camion, alle corde e agli innumerevoli altri attrezzi usati per raccogliere e trasportare i ceppi di cedro verso i binari della ferrovia. Pensate a tutte le persone e alle svariate competenze occorse alla loro fabbricazione: l’estrazione del minerale, la fabbricazione dell’acciaio e la sua trasformazione in seghe, asce, motori; la coltivazione della canapa e i vari stadi fino ad ottenere una corda pesante e forte; gli accampamenti nel bosco con i letti e le mense, la cucina e la preparazione delle vivande. Diamine, migliaia di persone hanno avuto un ruolo in ogni tazza di caffè bevuta dai taglialegna!

I ceppi vengono spediti allo stabilimento di San Leandro, California. Riuscite ad immaginare gli individui che hanno prodotto i carri e i binari e i locomotori ed hanno costruito ed installato i sistemi di comunicazione che essi presuppongono? Queste legioni sono tra i miei antecedenti.

Considerate il lavoro a San Leandro. I ceppi di cedro sono tagliati in asticelle piccole, lunghe quanto una matita, meno di un quarto di pollice di spessore. Queste sono asciugate in un forno e poi tinte per lo stesso motivo per cui le donne si mettono il rossetto. La gente vuole che io sembri carina, non pallidamente bianca. Le aste sono incerate e di nuovo asciugate. Quante sono le competenze che concorrono alla tinta e all’asciugatura, alla fornitura del calore, della luce e dell’energia, delle cinghie, dei motori e di tutte le altre cose richieste da una fabbrica? Spazzini dello stabilimento tra i miei antenati? Sì, e vi sono inclusi gli uomini che versarono il calcestruzzo per la diga di una centrale Pacific Gas & Electric Company che fornisce l’energia agli impianti!

Non scordate gli avi vicini e lontani che hanno aiutato a trasportare sessanta carichi di aste attraverso il paese.

Una volta nella fabbrica – 4 milioni di dollari di attrezzature e costruzioni, tutto capitale accumulato da progenitori economi e avveduti- a ogni assicella sono date otto scanalature con una complessa macchina, dopo di che un’altra macchina sistema grafite in un’asta su due, applica colla e pone sopra un’altra asta – un sandwich alla grafite, per così dire. Io e sette fratelli siamo meccanicamente ritagliati da questo sandwich di legno.

La grafite stessa è complicata. Viene estratta a Ceylon. Pensate ai minatori e a chi fa i loro tanti utensili e i sacchi di carta in cui si trasporta la grafite e a chi produce le corde che legano i sacchi e a quelli che li portano sulle navi e che quelle navi costruiscono. Anche il guardiano del faro lungo la rotta ha assistito alla mia nascita – e il pilota del porto.

La grafite è mischiata con argilla del Mississippi di cui viene usato l’idrossido d’ammonio nel processo di rifinitura. Poi sono aggiunti agenti inumidenti come il sego sulfonato- grassi animali che hanno reagito chimicamente con acido solforico. Dopo il passaggio attraverso svariate macchine, la mistura si presenta infine come una lunga estrusione – come per una macchina da salsicce – tagliata su misura, seccata e cotta per molte ore a 1850 gradi Fahrenheit. Per aumentarne la forza e la levigatezza la grafite e poi trattata con una mistura calda che comprende cera del Messico, paraffina e grassi naturali idrogenati.

Il mio cedro riceve sei strati di lacca. Conoscete gli ingredienti della lacca? Chi penserebbe che coltivatori di semi di ricino e raffinatori di olio di ricino ne facciano parte? E’ proprio così. Ebbene, anche i processi attraverso cui la lacca assume un bel color giallo richiedono l’abilità di più persone di quanto se ne possa enumerare!

Osservate la marca. E’ una pellicola ottenuta scaldando nerofumo misto a resine. Com’è che ricavate le resine e, ditemi, cos’è il nerofumo?

Il mio pezzo di metallo – la ghiera – è d’ottone. Pensate alle persone che estraggono zinco e rame e a quelle che sanno ricavare lucidi fogli d’ottone da questi prodotti della natura. Quegli anelli scuri sulla ghiera sono nickel nero. Cos’è il nickel nero e come viene applicato ? Ci vorrebbero pagine per spiegare solo perché il centro della ghiera non è ricoperto di nickel nero.

Infine c’è il mio supremo motivo di gloria, cui nel commercio con poca eleganza ci si riferisce come al “tampone”, la parte che si usa per cancellare gli errori che si fanno con me. Un ingrediente chiamato “factice” è quel che cancella. E’ un prodotto simile a caucciù prodotto dalla reazione di olio di ravizzone delle indie olandesi e di cloruro di zolfo. Il caucciù, contrariamente a quanto si crede, serve solo a scopo di coesione. Poi ci sono ancora numerosi agenti di vulcanizzazione e accelerazione. La pietra pomice arriva dall’Italia; e il pigmento che dà il suo colore alla “gomma” è solfuro di cadmio.

Nessuno sa

Qualcuno vuol mettere in dubbio la mia precedente affermazione secondo cui nessun singolo sulla faccia della terra saprebbe come costruirmi?

Effettivamente, milioni di esseri hanno partecipato alla mia creazione, nessuno dei quali sa degli altri se non poche cose. Bene, potrete dire che vado troppo lontano collegando la mia creazione al raccoglitore di caffè nel lontano Brasile e ai coltivatori di cibo di altre parti, che questa è una posizione estremista. Devo ribadire quanto sostenuto. Non c’è una singola persona tra questi milioni, incluso il presidente della fabbrica di matite, che contribuisca per più di una piccola, infinitesima parte di competenza. Dal punto di vista del saper fare la sola differenza tra il minatore di grafite di Ceylon e il boscaiolo dell’Oregon è nel tipo di abilità tecnica. Non ci si può dispensare né del minatore né del boscaiolo, non più che del chimico di fabbrica o dell’operaio nel campo di petrolio- essendo la paraffina un derivato del petrolio,

Ecco un fatto sbalorditivo: né il lavoratore petrolifero né il chimico né l’estrattore di grafite né chi equipaggia o costruisce le navi o i treni o i camion né chi manovra la macchina che rifinisce il mio pezzo di metallo né il presidente della compagnia assolve il suo singolare compito perché mi voglia. Ciascuno mi vuole meno, forse, di un bambino nei primi giorni di scuola. In effetti, ci sono molti, in questa vasta moltitudine, che non hanno mai visto una matita né saprebbero come usarla. La loro motivazione è altra da me. Forse è qualcosa del tipo: ognuno di questi milioni vede che così può scambiare il suo piccolo saper fare con beni e servizi di cui abbisogna o che desidera. Io posso rientrare o no tra questi.

Nessuna mente pianificatrice

C’è un fatto ancor più sorprendente: è l’assenza di una mente superiore, di qualcuno che detta o con forza dirige quelle numerose azioni che mi portano ad esistere. Non si può trovare nessuna traccia di una tale persona. Invece, troviamo al lavoro la Mano Invisibile. Questo è il mistero a cui mi riferivo prima.

E’ stato detto che “solo Dio può creare un albero.” Perché concordiamo su questo ? Non è perché capiamo che noi stessi non potremmo farlo? In effetti, possiamo anche solo descrivere un albero ? Non possiamo, eccetto in termini superficiali. Possiamo dire, per esempio, che una certa configurazione molecolare si presenta come albero. Ma quale mente umana potrebbe registrare, non parliamo di dirigere, i continui mutamenti molecolari che avvengono nel corso della vita di un albero ? Una tale evenienza è assolutamente impensabile!

Io, matita, sono una complessa combinazione di miracoli: albero, zinco, rame, grafite e così via. Ma a questi miracoli che si manifestano in Natura s’aggiunge un miracolo anche più straordinario: la configurazione delle energie umane creatrici – milioni di piccoli saper fare che ingranano naturalmente e spontaneamente in risposta al desiderio e alla necessità umani e in assenza di ogni pianificazione umana! Poiché solo Dio può creare un albero, insisto nel dire che solo Dio potrebbe farmi. L’uomo non può dirigere quei milioni di abilità per darmi vita più di quanto possa riunire molecole per creare un albero.

Questo è quanto intendevo quando scrivevo: “se poteste divenire coscienti del carattere miracoloso che io simbolizzo, potreste aiutare a salvare quella libertà che l’umanità sta infelicemente perdendo.” Perché se ci si rende conto che queste abilità si organizzeranno naturalmente, sì, automaticamente, in modelli creativi e produttivi come risposta al desiderio e alla necessità umani – vale a dire, in assenza di qualsiasi dirigismo governativo o coercitivo – allora si possiederà un ingrediente assolutamente essenziale per la libertà: una fede nelle persone libere. La libertà è impossibile senza questa fede.

Una volta che un governo abbia avuto il monopolio di un’attività creatrice come, per esempio, la consegna della posta, la maggior parte degli individui crederà che la posta non possa essere efficacemente distribuita da uomini che agiscono liberamente. E questo è il motivo: ognuno riconosce di non sapere tutte le cose che concorrono alla consegna postale. Egli ammette pure che nessun altro individuo potrebbe saperlo. Tali supposizioni sono corrette. Nessun singolo possiede abbastanza conoscenze per effettuare la distribuzione nazionale della posta più di quanto possegga abbastanza sapere per produrre una matita. Ora, senza la fede nelle persone libere – nell’inconsapevolezza che milioni di piccole abilità si formerebbero e cooperebbero, in modo naturale e miracoloso, alla soddisfazione di questa necessità – l’individuo non può impedirsi di giungere all’errata conclusione che la posta può essere consegnata solo da uno “pianificazione” governativa.

Testimonianze a profusione

Se io, matita, fossi l’unico articolo a poter dare testimonianza di quel che donne e uomini possono fare quando siano liberi di provare, allora gli scettici avrebbero un giusto motivo. C’e’ però abbondanza di testimonianze; sono dovunque intorno a noi. La distribuzione della posta è estremamente semplice se paragonata, per esempio, alla produzione di un’auto o di una calcolatrice o di una mietitrebbia o di una fresatrice o a decine di migliaia di altre cose. Distribuzione? Bene, nel campo in cui gli uomini sono stati lasciati liberi di tentare, essi diffondono la voce umana intorno al mondo in meno di un secondo; distribuiscono un avvenimento visivamente e in movimento in ogni casa mentre si sta verificando; trasportano 150 passeggeri da Seattle a Baltimora in meno di quattro ore; forniscono gas dal Texas al fornello o alla caldaia di New York a tariffe incredibilmente basse e senza sovvenzioni; forniscono ciascuno quattro libbre di petrolio del golfo persico alla nostra costa orientale – metà del giro del mondo – per meno soldi di quelli chiesti dal governo per consegnare una lettera di un’oncia dall’altro lato della strada!

La lezione che voglio darvi è questa: lasciate fluire liberamente tutte le energie creative. Organizzate solo la società perché agisca in armonia con questa lezione. Fate che l’apparato legale della società rimuova ogni ostacolo meglio che può. Permettete a questi saperi creativi di scorrere liberamente. Abbiate fiducia nell’obbedienza di donne e uomini liberi alla Mano Invisibile. Questa fiducia sarà confermata. Io, matita, per quanto semplice appaia, offro il miracolo della mia creazione come testimonianza di questa fede pratica, pratica come il sole, la pioggia, un cedro, la buona terra.

 

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Monday, February 8, 2010

Due visioni del mercato: il rapporto tra la visione walrasiana dei mercati e quella austriaca.

 Il legame, tenue, è che entrambe le visioni sono totalmente individualistiche, anche se con profonde differenze, e le differenze interessanti sul piano della visione walrasiana vs visione mengeriana del mercato sono molto importanti.

 

Solita premessa: l’idealtipo neoclassico non esiste, esiste una retorica neoclassica e soprattutto un modo neoclassico di insegnare l’economia che fa perdere di vista alcuni temi fondamentali in nome di determinati errori teorici e metodologici. Il perfettismo traspare nelle interviste a Fama o nelle equazioni di Prescott, nei testi di Sargent o nei ragionamenti di Becker, però nessuno rispetta perfettamente la parte. L’idealtipo neoclassico, come tutti gli idealtipi, è una forzatura sociologica.

Nell’economia standard (equilibrio generale walrasiano) l’agente ha una razionalità illimitata e ha in mente una struttura completa (in genere descritta probabilisticamente) del mondo che lo circonda. La sua immagine dell’universo coincide con l’universo stesso, non c’è incertezza ma solo rischio, non c’è errore ma solo correzioni a posteriori dovute all’arrivo di nuova informazione, non c’è mancata coordinazione ma solo un aggiustamento ottimale a fenomeni che sono sempre e comunque reali. Ovviamente esistono modelli di fallimento di mercato, ma i modelli sopra descritti sono la base della visione del mondo dei “liberisti”. Ripeto: sarebbe una forzatura dire che questa è la Scuola di Chicago: gli scritti di Friedman o Phelps non mostrano nulla di questo perfettismo (al contrario, la tradizione più formalistica, per non dire manieristica, è più tipica di certi neokeynesiani). Però le equazioni formali dicono questo, e a questo punto tanto vale prenderle alla lettera e vedere l’effetto che fa.

Nell’economia austriaca ci sono agenti eterogenei con razionalità limitata, che si fanno un’idea del resto del mondo grazie al sistema dei prezzi, e cercano di coordinarsi attraverso di esso usando la propria informazione privata. Ogni novità genera un cambiamento, e lo sfruttamento delle opportunità di profitto e la rimozione delle perdite fa sì che gli imprenditori pian piano riescano a coordinarsi. Esistono gli errori, ovviamente, ed esiste anche almeno un meccanismo sistematico di creazione di errori, la manipolazione del tasso di interesse e del premio del rischio (moral hazard) che fa sì che gli imprenditori siano preda di esternalità sistematiche che portano a risultati imbarazzanti. Il mercato austriaco non è mai all’equilibrio finale, perché la coordinazione richiede tempo (richiede sia movimenti dei prezzi che movimenti delle risorse reali): esistono sempre opportunità di mutuo vantaggio dalla divisione del lavoro ed esistono problemi organizzativi (costi di transazione) che occorre minimizzare in modo da garantire che i vantaggi potenziali della divisione del lavoro siano realizzati al meglio.

Nel modello neoclassico tutto ciò manca. Una delle conseguenze è che non c’è alcun motivo a priori per credere che un politico ben intenzionato possa amministrare l’economia dall’alto. Se veramente ogni agente è massimizzante in quel modo, allora non esiste il problema del calcolo economico di cui parlavano Mises e Hayek. In un mondo dove l’equilibrio walrasiano non è una curiosità intellettuale ma una realtà, non c’è motivo di credere che la pianificazione centralizzata dell’economia sia impossibile. Esistono solo problemi di incentivi, ma i problemi di questo tipo si possono risolvere, magari disegnando qualche “meccanismo”.

In un modello del genere non c’è neanche bisogno della moneta e dei prezzi come strumento di coordinazione (la moneta è neutrale salvo trucchi modellistici ad hoc): l’economia monetaria walrasiana è superflua, perché ogni merce può essere unità di conto, e non c’è veramente bisogno di mezzi di scambio, e manipolare la moneta non ha alcun effetto. L’economia monetaria cerca di spiegare una cosa che per le sue stesse assunzioni è inutile attraverso ipotesi ad hoc riguardo le transazioni o l’utilità della moneta. Poi la Fed fa un disastro e nessuno sa perché: che sorpresa.

La visione dell’economia che viene fuori prendendo alla lettera i modelli walrasiani è poco adeguata a trattare fenomeni come la moneta o capire problemi come la pianificazione economica. Gli agenti dovrebbero essere onniscienti prima ancora di iniziare gli scambi, oppure il banditore walrasiano dovrebbe coordinare gli agenti prima che inizino gli scambi. Senza questo deus ex machina esistono solo scambi di non-equilibrio, e questi porteranno ad una dinamica diversa (come in “The complexity of exchange” di Axtell: wealth effects, path dependency…). Il sistema walrasiano è possibile solo se si conosce l’esito finale del mercato prima di iniziare ad operare sul mercato, errore su cui gli austriaci (si pensi a “Economics & Knowledge” di Hayek) hanno detto moltissime cose fondamentali.

La matematica è una tecnica di trasformazione di tautologie. L’economia walrasiana parte dalla tautologia che esseri onniscienti riusciranno a coordinarsi in maniera efficiente. L’economia keynesiana parte dalla tautologia che se i prezzi non si muovono allora dovranno muoversi le quantità reali (i neokeynesiani sono diventati sofisticati, abbastanza da chiamare i NAS, direbbe Frankie Hi-NRG, ma l’idea è rimasta fondamentalmente la stessa), a meno che un governo onnipotente, onnisciente, infinitamente buono e misericordioso (Nirvana fallacy, si direbbe) non governi la domanda aggregata.

L’economia walrasiana ha superato la sua utilità: esistono fenomeni che si possono comprendere assumendo che certi problemi non esistono, che la moneta è superflua e che gli agenti sanno tutto ciò che è rilevante, ma usare una teoria così limitata e specifica per capire ogni fenomeno economico non ha granché senso, a meno che non viviamo veramente in un mondo walrasiano, cosa del tutto assurda.

Da Chicago Blog – testo di Pietro Monsurrò

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Thursday, September 24, 2009

LO STATO, IL FISCO, I CITTADINI – L’IMPRENDITORE DI PORDENONE

Written by Piero Ostellino*
Thursday, 24 September 2009 08:52
Tommaso Padoa-Schioppa propone di celebrare il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia chiedendosi quale sia «lo stato dello Stato» («Si parli di Stato non di Nazione», Corriere di domenica scorsa). Accolgo volentieri l’invito. Questo è un esempio di «stato dello Stato» alla vigilia della discussione parlamentare sulla «Finanziaria senza tasse e tagli». Dal 1° gennaio di quest’anno, un imprenditore di Pordenone, Giorgio Fidenato, versa ai propri dipendenti lo stipendio «lordo» senza le trattenute di legge (contributi Inps, Irpef ordinaria, addizionale regionale, addizionale comunale), avendo opportunamente avvisato l’Agenzia preposta — che insiste nel chiedergli di adempiere ai suoi obblighi — del rifiuto di esercitare la funzione di «sostituto di imposta». A fondamento della propria scelta cita in giudizio l’Inps, la Società di cartolarizzazione dei crediti Inps, Equitalia Friuli Venezia Giulia, adducendo ragioni di economicità, di diritto, di giustizia e equità sociale.
Il quadro normativo in materia risale a una legge fascista del 1935 istitutiva dell’Ente previdenziale: «La parte di contributi a carico dell’assicurato è trattenuta dal datore di lavoro sulla retribuzione corrisposta (…) L’imprenditore e il prestatore di lavoro contribuiscono in parti uguali alle istituzioni di previdenza e assistenza»; una legge della Repubblica del 1952 ripropone la distinzione fra i contributi a carico del lavoratore e del datore di lavoro. Su uno stipendio lordo complessivo di 2.449,06 euro, la parte «salariale» di contributi ammonta a 182,51 euro, quella «padronale» (che non appare neppure in busta paga) è di 463,34 euro; lo stipendio netto percepito — detratte anche le imposte — è di 1.465 euro. Scrive Pascal Salin, un economista liberale francese: «La parte padronale dei contributi sociali non è, dunque, un carico sopportato dalle imprese, essa è soltanto la parte del salario che il datore di lavoro non ha il diritto di versare direttamente al lavoratore (…) In questo senso la parte padronale è un’imposta sul salario pagata dal dipendente e di cui l’imprenditore è solo un esattore».

La totale ignoranza nella quale è tenuto il lavoratore circa le somme versate all’Inps violerebbe gli art. 2 e 3 comma 3 della Costituzione, ostacolando il pieno sviluppo della personalità umana; l’art.3 comma 1, che sancisce il principio dell’eguaglianza. Il lavoratore autonomo dichiara personalmente i propri redditi e ha pieno diritto di difendersi contro gli accertamenti del fisco (art. 24 e 113 della Costituzione); il lavoratore dipendente non ha gli stessi diritti. La pretesa dello Stato di trasformare l’imprenditore in esattore violerebbe sia l’art. 23 — «Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge» nell’interpretazione che ne dà la stessa Corte costituzionale «a tutela della libertà e della proprietà individuale» — sia l’art. 41 della Costituzione («L’iniziativa economica privata è libera»). Scrive ancora Salin: «In tutte le imprese, degli uomini devono dedicare il proprio tempo a soddisfare le pretese del fisco (…). Una piccola ditta ha più difficoltà di una grande a far specializzare alcuni dipendenti del proprio organico».

Tre lavoratori che ora percepiscono lo stipendio lordo — dopo non aver neppure ricevuto risposta su come adempiere ai propri obblighi tributari e previdenziali — hanno indirizzato all’Agenzia delle entrate un libretto al portatore con le somme dovute; l’Agenzia lo ha respinto in quanto «tale mezzo di pagamento non è ammesso dalla normativa vigente». Ma il rifiuto sarebbe in contrasto sia con l’orientamento della Corte di Cassazione che l’obbligato principale è il soggetto «sostituito» (il percettore del reddito), non il «sostituto di imposta» (il datore di lavoro), sia con l’art. 1180 comma 1 Codice civile sulla efficacia estintiva del pagamento effettuato da un terzo (che in questo caso è addirittura il beneficiario della prestazione previdenziale). Ha scritto lo stesso ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: «La contabilità fiscale è dunque diventata la forma moderna, ma non per questo meno odiosa, delle antiche corvées. Tra il sistema attuale delle compliances sociali e quello antico fatto dalle corvées e dalle gabellari servitù medievali, le analogie sono impressionanti, così come gli effetti paralizzanti» («Lo Stato criminogeno», ed. Laterza).

A questo punto — se non vogliono apparire complici dello «Stato criminogeno» — sarebbe utile che la Confindustria e le altre associazioni di categoria, i sindacati, la sinistra, il governo, gli intellettuali, dicessero che ne pensano di questo «stato dello Stato», di «questo imbroglio, nelle parole del liberale Salin che condivido, tramite il quale gli uomini di governo sono riusciti a imporre il concetto bismarckiano di sicurezza sociale». È chiedere troppo?

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Sunday, September 6, 2009

Ideals have consequences

Le preferenze individuali sono ovviamente fondamentali per la convivenza umana: educare un essere umano non significa insegnargli soltanto a leggere, scrivere, far di conto, e discettare di Impressionismo e dell’is/ought problem; educare significa anche educare al rispetto per gli altri, all’analisi, all’imparzialità nel giudizio, al rispetto della proprietà e della legge (quando giusta).

Lasciamo perdere le scempiaggini sull’autoritarismo sull’educazione: non hanno nulla a che fare con il liberalismo, ma con il relativismo etico; e, sul piano scientifico, non si è mai vista una società senza processi di socializzazione. Il liberalismo non è moralmente neutrale: difende il diritto di ognuno di usare i propri mezzi per i propri fini; e in quanto tale si oppone ad ogni forma di confisca dei mezzi e di limitazione dei fini perseguiti dagli individui. Il liberalismo non è relativismo perché non dice che ogni valore va bene: è semplicemente compatibile con innumerevoli sistemi di valori diversi, purché rispettino certe condizioni minime. Il liberalismo è incompatibile con l’Islam quando tratta le donne da esseri inferiori e con la Chiesa quando confisca i corpi di chi non ha la forza di suicidarsi; il liberalismo è incompatibile con lo pseudo-filantropo che ruba ai ricchi per dare ai poveri e con lo Stato che giustifica con la solidarietà le proprie ruberie.

Il giusnaturalismo razionalista è un edificio teorico fragile e senza fondamenta, non rappresenta “the ultimate weapon” del liberalismo perché è un’arma che non può convincere nessuno, in quanto è troppo facile scorgere i non sequitur che si celano dietro di essa. Cosa è da conservare del giusnaturalismo? L’idea che il diritto è sempre una questione di scelta morale; che esistono delle regolarità giuridiche che hanno validità abbastanza generale tra tutte le epoche e tutte le civiltà; che la ragione può aiutare a capire molte cose, anche se non risolverà mai tutti i problemi; che esiste una scienza della società e quindi non è vero che “il diritto può avere qualsiasi contenuto”; che i principi fissi contano almeno tanto quanto gli espedienti, se non infinitamente di più, per il funzionamento della società; che il concetto di diritto non necessita del concetto di Stato, che è esistito il primo senza il secondo, e anzi che è impossibile concepire il secondo senza il primo (un’istituzione senza una “regola di riconoscimento”).

L’uomo deve scegliere e la scelta implica giudizi di valore; ogni scelta che si fa può essere sbagliata e gli obiettivi che perseguiamo potrebbero avere conseguenze deleterie o non essere compatibili con altri obiettivi, nostri o altrui. La ragione ha una notevole utilità nel permetterci di fare scelte migliori, ma il concetto stesso di “migliore” implica un giudizio di valore che in quanto tale è extra-razionale.

Cosa vogliamo dalla società o dal diritto dobbiamo sceglierlo noi, e la ragione non può scegliere al posto nostro, né imporci scelte particolari. Non c’è nulla di illogico nel non essere liberali o libertari, come non c’è nulla di illogico nel suicidarsi o nel desiderare il ritorno all’Età della Pietra, come certi ambientalisti.

Quello che occorre fare è convincere gli altri ad avere valori compatibili con i nostri: ad esempio, vivremmo in un mondo decisamente migliore se non fossimo circondati da democratici che vogliono imporre alle minoranze la volontà delle maggioranze attraverso quei processi di scelta collettiva che sono l’antitesi stessa del liberalismo.

Gran parte delle persone preferisce mangiare a digiunare e vivere ad essere uccisi, e la società – tramite la divisione del lavoro e l’accumulazione di capitale (in senso lato, non strettamente economico) – genera dei ritorni impressionanti per l’individuo che decide di vivere al suo interno, cosa che richiede il rispetto di determinate regole. Potremmo dire che la società esiste perché esiste il teorema dei vantaggi comparati, semplificando un po’, forse anche un po’ troppo: non per questo chi non rispetta determinate regole viola la ragione, e non per questo tutti gli esseri umani possono essere convinti a rispettare determinate regole semplicemente tramite la discussione. Certi problemi si risolvono meglio con la spada che con la penna.

Il contenuto normativo del liberalismo è che gli uomini andrebbero lasciati liberi di usare i propri mezzi per perseguire i propri fini, e l’idea è che questo sistema possa garantire l’ordine sociale senza un rigido ordine gerarchico e senza Demiurghi sociali – autoritari o democratici che siano (o perlomeno con un demiurgo dai potere estremamente limitati).

Tratto dal blog 29 settembre del 29 luglio 2009

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Friday, May 29, 2009

Io, la matita di Leonard E.Read

Sono una matita di grafite – la comune matita di legno familiare a tutti i ragazzi e ragazze ed adulti che leggono e scrivono.
Scrivere è sia la mia vocazione che la mia occupazione; questo è tutto quel che faccio.
Potreste domandarvi perché dovrei scrivere una genealogia. Beh, tanto per cominciare, la mia storia è interessante. E, poi, io sono un mistero – più grande di un albero o di un tramonto o anche di un lampo. Ma, sfortunatamente, sono accettata come un dato da chi mi usa, come se fossi un semplice episodio senza antecedenti. Questo atteggiamento superficiale mi relega al livello del banale. Questo è un esempio del grave errore in cui l’umanità non può più a lungo persistere senza pericolo. Poiché, osservò il saggio G.K. Chesterton, “periamo per mancanza di stupore, non a causa di stupori”.
Io, matita, per quanto sembri semplice, merito il vostro stupore e rispetto, una rivendicazione che cercherò di provare. Difatti, se potete comprendermi – no, è chiedervi troppo – se poteste divenir coscienti del carattere miracoloso che io simbolizzo, aiutereste a salvare quella libertà che l’umanità sta infelicemente smarrendo. Ho una profonda lezione da impartirvi. E posso darvela meglio di un auto o di un aereo o di una lavastoviglie perché – beh, perché sono apparentemente tanto semplice.
Semplice? Eppure non una singola persona sulla faccia della terra sa come fabbricarmi. Questo pare inverosimile, no? Specialmente quando ci si rende conto che ci sono circa un miliardo e mezzo di miei simili prodotti ogni anno negli USA.
Prendetemi ed osservatemi. Cosa vedete? Non molto – c’è del legno, della lacca, la marca stampata, della grafite, un poco di metallo e una gomma.

Innumerevoli antecedenti

Proprio come voi non potete risalire troppo all’indietro col vostro albero genealogico, così mi è impossibile nominare e spiegare tutti i miei antecedenti. Ma vorrei suggerirne abbastanza perché su di voi si imprima la ricchezza e complessità dello sfondo.
Il mio albero genealogico comincia con quel che è proprio un albero, un cedro di quelli dritti che crescono nella California del Nord e in Oregon. Adesso pensate a tutte le seghe, ai camion, alle corde e agli innumerevoli altri attrezzi usati per raccogliere e trasportare i ceppi di cedro verso i binari della ferrovia. Pensate a tutte le persone e alle svariate competenze occorse alla loro fabbricazione: l’estrazione del minerale, la fabbricazione dell’acciaio e la sua trasformazione in seghe, asce, motori; la coltivazione della canapa e i vari stadi fino ad ottenere una corda pesante e forte; gli accampamenti nel bosco con i letti e le mense, la cucina e la preparazione delle vivande. Diamine, migliaia di persone hanno avuto un ruolo in ogni tazza di caffè bevuta dai taglialegna!
I ceppi vengono spediti allo stabilimento di San Leandro, California. Riuscite ad immaginare gli individui che hanno prodotto i carri e i binari e i locomotori ed hanno costruito ed installato i sistemi di comunicazione che essi presuppongono? Queste legioni sono tra i miei antecedenti.
Considerate il lavoro a San Leandro. I ceppi di cedro sono tagliati in asticelle piccole, lunghe quanto una matita, meno di un quarto di pollice di spessore. Queste sono asciugate in un forno e poi tinte per lo stesso motivo per cui le donne si mettono il rossetto. La gente vuole che io sembri carina, non pallidamente bianca. Le aste sono incerate e di nuovo asciugate. Quante sono le competenze che concorrono alla tinta e all’asciugatura, alla fornitura del calore, della luce e dell’energia, delle cinghie, dei motori e di tutte le altre cose richieste da una fabbrica? Spazzini dello stabilimento tra i miei antenati? Sì, e vi sono inclusi gli uomini che versarono il calcestruzzo per la diga di una centrale Pacific Gas & Electric Company che fornisce l’energia agli impianti!
Non scordate gli avi vicini e lontani che hanno aiutato a trasportare sessanta carichi di aste attraverso il paese.
Una volta nella fabbrica – 4 milioni di dollari di attrezzature e costruzioni, tutto capitale accumulato da progenitori economi e avveduti- a ogni assicella sono date otto scanalature con una complessa macchina, dopo di che un’altra macchina sistema grafite in un’asta su due, applica colla e pone sopra un’altra asta – un sandwich alla grafite, per così dire. Io e sette fratelli siamo meccanicamente ritagliati da questo sandwich di legno.
La grafite stessa è complicata. Viene estratta a Ceylon. Pensate ai minatori e a chi fa i loro tanti utensili e i sacchi di carta in cui si trasporta la grafite e a chi produce le corde che legano i sacchi e a quelli che li portano sulle navi e che quelle navi costruiscono. Anche il guardiano del faro lungo la rotta ha assistito alla mia nascita – e il pilota del porto.
La grafite è mischiata con argilla del Mississippi di cui viene usato l’idrossido d’ammonio nel processo di rifinitura. Poi sono aggiunti agenti inumidenti come il sego sulfonato- grassi animali che hanno reagito chimicamente con acido solforico. Dopo il passaggio attraverso svariate macchine, la mistura si presenta infine come una lunga estrusione – come per una macchina da salsicce – tagliata su misura, seccata e cotta per molte ore a 1850 gradi Fahrenheit. Per aumentarne la forza e la levigatezza la grafite e poi trattata con una mistura calda che comprende cera del Messico, paraffina e grassi naturali idrogenati.
Il mio cedro riceve sei strati di lacca. Conoscete gli ingredienti della lacca? Chi penserebbe che coltivatori di semi di ricino e raffinatori di olio di ricino ne facciano parte? E’ proprio così. Ebbene, anche i processi attraverso cui la lacca assume un bel color giallo richiedono l’abilità di più persone di quanto se ne possa enumerare!
Osservate la marca. E’ una pellicola ottenuta scaldando nerofumo misto a resine. Com’è che ricavate le resine e, ditemi, cos’è il nerofumo?
Il mio pezzo di metallo – la ghiera – è d’ottone. Pensate alle persone che estraggono zinco e rame e a quelle che sanno ricavare lucidi fogli d’ottone da questi prodotti della natura. Quegli anelli scuri sulla ghiera sono nickel nero. Cos’è il nickel nero e come viene applicato ? Ci vorrebbero pagine per spiegare solo perché il centro della ghiera non è ricoperto di nickel nero.
Infine c’è il mio supremo motivo di gloria, cui nel commercio con poca eleganza ci si riferisce come al “tampone”, la parte che si usa per cancellare gli errori che si fanno con me. Un ingrediente chiamato “factice” è quel che cancella. E’ un prodotto simile a caucciù prodotto dalla reazione di olio di ravizzone delle indie olandesi e di cloruro di zolfo. Il caucciù, contrariamente a quanto si crede, serve solo a scopo di coesione. Poi ci sono ancora numerosi agenti di vulcanizzazione e accelerazione. La pietra pomice arriva dall’Italia; e il pigmento che dà il suo colore alla “gomma” è solfuro di cadmio.

Nessuno sa

Qualcuno vuol mettere in dubbio la mia precedente affermazione secondo cui nessun singolo sulla faccia della terra saprebbe come costruirmi?
Effettivamente, milioni di esseri hanno partecipato alla mia creazione, nessuno dei quali sa degli altri se non poche cose. Bene, potrete dire che vado troppo lontano collegando la mia creazione al raccoglitore di caffè nel lontano Brasile e ai coltivatori di cibo di altre parti, che questa è una posizione estremista. Devo ribadire quanto sostenuto. Non c’è una singola persona tra questi milioni, incluso il presidente della fabbrica di matite, che contribuisca per più di una piccola, infinitesima parte di competenza. Dal punto di vista del saper fare la sola differenza tra il minatore di grafite di Ceylon e il boscaiolo dell’Oregon è nel tipo di abilità tecnica. Non ci si può dispensare né del minatore né del boscaiolo, non più che del chimico di fabbrica o dell’operaio nel campo di petrolio- essendo la paraffina un derivato del petrolio,
Ecco un fatto sbalorditivo: né il lavoratore petrolifero né il chimico né l’estrattore di grafite né chi equipaggia o costruisce le navi o i treni o i camion né chi manovra la macchina che rifinisce il mio pezzo di metallo né il presidente della compagnia assolve il suo singolare compito perché mi voglia. Ciascuno mi vuole meno, forse, di un bambino nei primi giorni di scuola. In effetti, ci sono molti, in questa vasta moltitudine, che non hanno mai visto una matita né saprebbero come usarla. La loro motivazione è altra da me. Forse è qualcosa del tipo: ognuno di questi milioni vede che così può scambiare il suo piccolo saper fare con beni e servizi di cui abbisogna o che desidera. Io posso rientrare o no tra questi.

Nessuna mente pianificatrice
C’è un fatto ancor più sorprendente: è l’assenza di una mente superiore, di qualcuno che detta o con forza dirige quelle numerose azioni che mi portano ad esistere. Non si può trovare nessuna traccia di una tale persona. Invece, troviamo al lavoro la Mano Invisibile. Questo è il mistero a cui mi riferivo prima.
E’ stato detto che “solo Dio può creare un albero.” Perché concordiamo su questo ? Non è perché capiamo che noi stessi non potremmo farlo? In effetti, possiamo anche solo descrivere un albero ? Non possiamo, eccetto in termini superficiali. Possiamo dire, per esempio, che una certa configurazione molecolare si presenta come albero. Ma quale mente umana potrebbe registrare, non parliamo di dirigere, i continui mutamenti molecolari che avvengono nel corso della vita di un albero ? Una tale evenienza è assolutamente impensabile!
Io, matita, sono una complessa combinazione di miracoli: albero, zinco, rame, grafite e così via. Ma a questi miracoli che si manifestano in Natura s’aggiunge un miracolo anche più straordinario: la configurazione delle energie umane creatrici – milioni di piccoli saper fare che ingranano naturalmente e spontaneamente in risposta al desiderio e alla necessità umani e in assenza di ogni pianificazione umana! Poiché solo Dio può creare un albero, insisto nel dire che solo Dio potrebbe farmi. L’uomo non può dirigere quei milioni di abilità per darmi vita più di quanto possa riunire molecole per creare un albero.
Questo è quanto intendevo quando scrivevo: “se poteste divenire coscienti del carattere miracoloso che io simbolizzo, potreste aiutare a salvare quella libertà che l’umanità sta infelicemente perdendo.” Perché se ci si rende conto che queste abilità si organizzeranno naturalmente, sì, automaticamente, in modelli creativi e produttivi come risposta al desiderio e alla necessità umani – vale a dire, in assenza di qualsiasi dirigismo governativo o coercitivo – allora si possiederà un ingrediente assolutamente essenziale per la libertà: una fede nelle persone libere. La libertà è impossibile senza questa fede.
Una volta che un governo abbia avuto il monopolio di un’attività creatrice come, per esempio, la consegna della posta, la maggior parte degli individui crederà che la posta non possa essere efficacemente distribuita da uomini che agiscono liberamente. E questo è il motivo: ognuno riconosce di non sapere tutte le cose che concorrono alla consegna postale. Egli ammette pure che nessun altro individuo potrebbe saperlo. Tali supposizioni sono corrette. Nessun singolo possiede abbastanza conoscenze per effettuare la distribuzione nazionale della posta più di quanto possegga abbastanza sapere per produrre una matita. Ora, senza la fede nelle persone libere – nell’inconsapevolezza che milioni di piccole abilità si formerebbero e cooperebbero, in modo naturale e miracoloso, alla soddisfazione di questa necessità – l’individuo non può impedirsi di giungere all’errata conclusione che la posta può essere consegnata solo da uno “pianificazione” governativa.

Testimonianze a profusione
Se io, matita, fossi l’unico articolo a poter dare testimonianza di quel che donne e uomini possono fare quando siano liberi di provare, allora gli scettici avrebbero un giusto motivo. C’e’ però abbondanza di testimonianze; sono dovunque intorno a noi. La distribuzione della posta è estremamente semplice se paragonata, per esempio, alla produzione di un’auto o di una calcolatrice o di una mietitrebbia o di una fresatrice o a decine di migliaia di altre cose. Distribuzione? Bene, nel campo in cui gli uomini sono stati lasciati liberi di tentare, essi diffondono la voce umana intorno al mondo in meno di un secondo; distribuiscono un avvenimento visivamente e in movimento in ogni casa mentre si sta verificando; trasportano 150 passeggeri da Seattle a Baltimora in meno di quattro ore; forniscono gas dal Texas al fornello o alla caldaia di New York a tariffe incredibilmente basse e senza sovvenzioni; forniscono ciascuno quattro libbre di petrolio del golfo persico alla nostra costa orientale – metà del giro del mondo – per meno soldi di quelli chiesti dal governo per consegnare una lettera di un’oncia dall’altro lato della strada!
La lezione che voglio darvi è questa: lasciate fluire liberamente tutte le energie creative. Organizzate solo la società perché agisca in armonia con questa lezione. Fate che l’apparato legale della società rimuova ogni ostacolo meglio che può. Permettete a questi saperi creativi di scorrere liberamente. Abbiate fiducia nell’obbedienza di donne e uomini liberi alla Mano Invisibile. Questa fiducia sarà confermata. Io, matita, per quanto semplice appaia, offro il miracolo della mia creazione come testimonianza di questa fede pratica, pratica come il sole, la pioggia, un cedro, la buona terra.

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Saturday, April 25, 2009

Le rivolte fiscali

Le rivolte fiscali sono da sempre viste con sufficienza e disprezzo da molti che si definiscono democratici; le considerano eversive, populiste e le bollano con gli immancabili epiteti di poujadiste e qualunquiste. Non sarebbe male se riflettessero sul fatto che grandi democrazie sono nate da ribellioni fiscali: Giorgio III perse la sua più importante colonia e Luigi XVI la testa per proteste fiscali che sono quindi all’origine della democrazia americana e della Francia moderna. Giovedì 16 dicembre 1773 a Boston, per protestare contro le tasse introdotte dalla corona inglese su un gran numero di prodotti venduti oltre Atlantico, i coloni americani distrussero grandi quantitativi di tè al grido di “no taxation without representation” (non è lecito imporre tributi a chi non è rappresentato in Parlamento). Si trattò del famoso Boston Tea Party, considerato dagli storici la data  di inizio della Rivoluzione americana, in un certo senso l’evento che determinò la nascita degli Stati Uniti d’America.

La storia si ripete: mercoledì 15 aprile scorso in  500 comunità di tutti i 50 stati americani, i contribuenti sono scesi in piazza, spesso indossando i vestiti di moda nel 1773, per festeggiare protestando il “tax day”, il giorno in cui gli americani pagano le tasse, ribattezzato per l’occasione “protest day”. Agli americani, infatti, non poteva sfuggire l’ineludibile nesso di causalità che lega l’astronomico aumento delle spese pubbliche con gli immancabili inasprimenti fiscali che ne costituiscono l’ovvia conseguenza. Contro questa espansione della sfera pubblica e l’aumento delle tasse sono scesi in piazza a protestare.

I democratici hanno cercato l’ovvio rifugio della teoria della cospirazione, sostenendo che l’iniziativa non fosse spontanea ma organizzata e diretta da lobby repubblicane: l’ineffabile Paul Krugman ha addirittura pensato bene di prendersela col commentatore radiofonico Rush Limbaugh da sempre bestia nera della sinistra americana.

In realtà il movimento è stato in larga misura spontaneo e le manifestazioni organizzate con le regole di volta in volta decise dagli organizzatori locali. Il presidente del NRC (comitato nazionale repubblicano) Michael Steele avrebbe voluto intervenire al tea party di Chicago ma si è sentito rispondere dagli organizzatori, che gli hanno opposto un cortese rifiuto, “Questa è un’opportunità che permette all’America di parlare e ai funzionari di ascoltare, non il contrario.” Del resto l’idea di dare vita ai tea party era stata sostenuta con vigore da Ron Paul candidato alle presidenziali per il minuscolo partito libertario fin dal 2007.

Gli americani hanno manifestato la loro disapprovazione nei confronti dell’enorme espansione delle dimensioni del settore pubblico intervenute negli ultimi 14 mesi, a cominciare dallo stimolo economico di ben 168 miliardi di dollari del presidente Bush per arrivare ai molti trilioni (sic) di dollari elargiti con noncuranza da Obama.
Quest’ultimo si difende sostenendo che i 120 miliardi compresi nelle sue misure aiuteranno 120 milioni di famiglie, il che non sembra proprio convincente: l’erogazione di un sussidio una tantum di $1.000 difficilmente renderà agiate quelle famiglie. E non mi sembra nemmeno credibile sostenere che i 787 miliardi di dollari di quelli che Obama chiama sgravi fiscali riguarderanno il 95% delle famiglie, dato che circa il 30% delle famiglie non è gravato da imposte sul reddito.
Ancora meno accettabile è l’idea di Obama di potere finanziare le sue larghezze facendo piangere il 2% di contribuenti più ricchi: abbiamo visto come, secondo i calcoli del Wall Street Journal, neanche la confisca di tutto il loro reddito basterebbe a finanziare una parte significativa degli sprechi obamiani.

Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano USA Today, il 55% degli americani è preoccupato per via della espansione dello Stato. Qualcuno potrebbe essere indotto a ritenere che tale preoccupazione sia infondata, dato che il costo dell’apparato pubblico in rapporto al reddito nazionale è più basso in USA che non in Europa. Credo invece che gli americani fanno bene a preoccuparsi: la libertà non si perde mai tutta in una volta, viene gradualmente erosa, e solo se ci opponiamo recisamente ad ogni sia pur modesta sua diminuzione possiamo sperare di non perderla del tutto.

Non sarebbe male se anche noi italiani facessimo altrettanto, magari riscoprendo la saggezza che ispirò il 23 novembre 1986 quei 35.000 italiani a marciare a Torino contro le vessazioni fiscali. Quella marcia non realizzò l’obiettivo di far avere all’Italia un fisco leggero, trasparente ed equo, il che dovrebbe indurci a rifarla: non è necessario sperare per intraprendere né riuscire per perseverare, come sosteneva Guglielmo il Taciturno.

di Antonio Martino tratto dal sito del’Istituto Bruno Leoni 

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Una Repubblica fondata sulla bugia: hurrà per il 25 Aprile!!!

La Repubblica italiana è in gran parte fondata sulla bugia. Falsificazioni storiche che, a forza d’essere ripetute, snocciolando il rosario dell’ipocrisia, sono scambiate per verità. Domani è il 25 aprile, e noi ancora lamentiamo l’inesistenza di una “storia condivisa”, ancora dobbiamo fare i conti con Salò o con la guerra civile. Capita perché si è costruito sulla bugia.

Ho letto, con molta attenzione, il discorso del Presidente Napolitano, pronunciato a “difesa” della Costituzione. Vi ho trovato tutti i segni della storia letta con occhiali ideologici, quindi irreale. L’uniformità dei successivi commenti, il ridursi di tutto alla polemicuzza quotidiana, dà il senso di quanto quel veleno abbia assopito le menti. Il punto principale è quello iniziale, sede d’equivoco e bugia, dove Napolitano individua le fondamenta su cui poggia la Costituzione: “l’opposizione al fascismo e la Resistenza”. Nulla d’originale, solo che ci manca un pezzo e quel che c’è non regge.
La nostra Costituzione, la democrazia nella libertà, si fonda, prima di tutto, sulla conferenza di Yalta, conclusa l’11 febbraio del 1945. Anche i polacchi o gli ungheresi ebbero antifascisti e resistenti, ma non ebbero né democrazia né libertà. La differenza sta in Yalta: quegli europei finirono sotto la dittatura comunista, noi nel mondo atlantico, che ci stava ancora liberando. Cancellando questa verità si cancella l’orizzonte internazionale dalle nostre vicende storiche e, per reggere un racconto bugiardo si moltiplicano le fanfaluche.
Riflettano, Napolitano ed i tanti che precedono e ripetono a pappagallo: se l’origine della nostra libertà e della nostra Costituzione fosse in antifascismo e Resistenza, ne deriverebbe che la democrazia appartiene ad una minoranza d’italiani. La grande maggioranza era fascista. Fascisti perché italiani. Per far finta di fondare la Repubblica sui valori e le idee di una minoranza, facendola passare per quasi totalità, si è falsificata anche la storia pregressa, che, difatti, ancora torna a gola, che dovrà essere vomitata, che non potrà mai essere “condivisa”, perché bugiarda.
Secondo Napolitano la Costituzione “non fu mai intesa come manifesto ideologico o politico di parte”. Lo è. Proprio nella sua prima parte, quella che nessuno dice di volere toccare, che tutti sono pronti ad osannare. Lì è antiliberale ed antindividuale, subordina l’interesse di ciascuno a quello collettivo (indefinito ed indefinibile), privilegia il sociale sul personale. La definirei cattocomunista, o forse, per maggiore precisione storica, vaticantogliattiana. E’ naturale, quindi, che abbia strutturato un sistema istituzionale in cui il governo conta poco ed il Parlamento molto. Non è (solo) perché si era appena usciti da una dittatura, ma perché Togliatti era un realista, cinico. Capì che dopo Yalta non c’era spazio né per la rivoluzione (roba cui poteva credere un Pajetta) né per il governo, quindi barattò la copertura della bugia fondativa con lo spostarsi del potere in Parlamento.
Così, da allora ad oggi, chiunque voglia darsi un tono ed impartirti una lezione costituzionale, ti ripete le solite fesserie, con l’aria compresa di chi ha appena pensato cose profonde. Il che porta a formidabili abbagli: citando Bobbio lo stesso Napolitano ha detto che “la denuncia dell’ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie”. Siccome la storia ha puntualmente e sempre dimostrato il contrario, ovvero che sono i governi rassegnati alla debolezza (modello Facta) a spianare la strada alle dittature, quel che in realtà si vuol dire è: chi denuncia le nostre bugie desidera tornare al fascismo. Invece si può essere antifascisti ed anticomunisti, amanti della libertà e della democrazia, pur non aderendo al club della bugia.
Adorando la dea menzogna, purtroppo, si costringe tutti a vivere il presente come tempo in cui regolare il passato, sopprimendo il futuro. Si proclama intoccabile una Costituzione che è già stata cambiata quindici volte, scassandola, per giunta fuori da sedi e contesti organici, senza clima costituente, procedendo a spizzichi e bocconi e riducendo la Carta a cassetta degli attrezzi, senza valori ideali viventi. Ecco: questi sono i nemici della Costituzione, che domani diranno le solite sciocchezze tonitruanti, ad imperitura memoria e gloria delle bugie.

tratto dal blog di Davide Giacalone

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Thursday, April 16, 2009

La presunzione della conoscenza di F.A. Hayek

 

L’occasione particolare di questa conferenza, insieme al principale problema pratico che gli economisti devono affrontare oggi, ha reso la scelta del suo soggetto quasi inevitabile.
Da una parte l’ancora recente istituzione del premio Nobel per la Scienza Economica segna un punto significativo nel processo tramite cui, nell’opinione del grande pubblico, all’economia è stata concessa parte della dignità e del prestigio delle scienze fisiche.
D’altra parte, gli economisti sono in questo momento chiamati a dire come districare il mondo libero dalla grave minaccia dell’inflazione sempre più veloce determinata, bisogna ammetterlo, dalle politiche che la maggior parte degli economisti hanno suggerito e perfino invitato i governi a perseguire.
Abbiamo effettivamente al momento pochi motivi per essere orgogliosi: come professione noi abbiamo fatto un gran pasticcio.
Pare a me che questo fallimento degli economisti nel guidare positivamente la politica sia strettamente collegata con la loro tendenza ad imitare quanto più rigorosamente possibile le procedure delle scienze fisiche così di successo – un tentativo che nel nostro campo può condurre all’errore fatale.
È un approccio che è stato descritto come attitudine “ scientistica” – un’attitudine che, come la definii circa trent’anni fa, “è decisamente non scientifico nel senso vero della parola, poiché prevede un’applicazione meccanica e non critica delle abitudini di pensiero a campi differenti da quelli in cui sono stati formati.” [1]
Voglio oggi cominciare spiegando come alcuni degli errori più gravi della recente politica economica sono una conseguenza diretta di questo errore scientistico.
La teoria che sta guidando la politica monetaria e finanziaria negli ultimi trent’anni, e che io contesto, è in gran parte il prodotto di tale concezione erronea dell’adeguata procedura scientifica, consiste nell’asserzione che esista una semplice correlazione positiva fra la piena occupazione e la dimensione della domanda aggregata di beni e servizi; conduce alla convinzione che possiamo permanentemente assicurare la piena occupazione mantenendo la spesa totale di moneta ad un livello appropriato.
Fra le varie teorie avanzate per spiegare l’ampia disoccupazione, questa è probabilmente l’unica a sostegno di cui una forte evidenza quantitativa possa essere addotta.
Tuttavia io la considero fondamentalmente falsa, e l’agire sulla sua base, come sperimentiamo oggi, molto dannoso.
Questo ci porta alla questione cruciale. Diversamente della posizione che esiste nelle scienze fisiche, nell’economia ed in altre discipline che si occupano di fenomeni essenzialmente complessi, gli aspetti degli eventi da spiegare di cui possiamo ottenere dati quantitativi sono necessariamente limitati e possono non includere quelli importanti.
Mentre nelle scienze fisiche si assume generalmente, probabilmente a buona ragione, che ogni fattore importante che determina gli eventi osservati può essere a sua volta direttamente osservabile e misurabile, nello studio di tali fenomeni complessi come il mercato, che dipendono dalle azioni di molti individui, tutte le circostanze che determineranno il risultato di un processo, per i motivi che spiegherò più avanti, difficilmente potranno mai essere completamente conosciute o misurabili.
E mentre nelle scienze fisiche il ricercatore potrà misurare ciò che, sulla base di una teoria prima facie, considera importante, nelle scienze sociali spesso è trattato come importante ciò che è accessibile alla misurazione.
Questo fatto a volte è portato al punto in cui si richiede che le nostre teorie debbano essere formulate in termini che fanno riferimento soltanto a grandezze misurabili.
Difficilmente si può negare che una tale richiesta limita del tutto arbitrariamente i fatti che devono essere ammessi come cause possibili degli eventi che si presentano nel mondo reale.
Questa visione, accettata spesso abbastanza ingenuamente come richiesta dalle esigenze della procedura scientifica, ha alcune conseguenze piuttosto paradossali. Sappiamo, naturalmente, riguardo al mercato ed a simili strutture sociali, una grande quantità di fatti che non possiamo misurare e sui quali in effetti abbiamo soltanto alcune informazioni generali e molto imprecise.
E poiché gli effetti di questi fatti in nessun caso particolare possono essere confermati dalla prova quantitativa, sono semplicemente trascurati da chi è votato ad ammettere soltanto ciò che considera prova scientifica: subito dopo procedono felicemente fingendo che i fattori che possono misurare siano gli unici rilevanti.
La correlazione fra la domanda aggregata e la piena occupazione, per esempio, può solo essere approssimativa, ma poiché è l’unica su cui abbiamo dati quantitativi, è accettata come l’unico collegamento causale che conta.
Su questo standard può quindi ben esistere una migliore prova “scientifica” per una falsa teoria, che sarà accettata perché è più “scientifica,” che per una spiegazione valida, rifiutata perché non c’è prova quantitativa sufficiente per essa.
Lasciate che ve lo illustri con un breve abbozzo di ciò che considero la principale causa reale della vasta disoccupazione – un’esposizione che inoltre spiegherà perché tale disoccupazione non può essere curata durevolmente dalle politiche inflazionistiche suggerite dalla teoria oggi alla moda.
Questa corretta spiegazione mi sembra che sia l’esistenza delle discrepanze fra la distribuzione della domanda fra i diversi beni e servizi e la ripartizione della forza lavoro e di altre risorse fra queste produzioni.
Possediamo una conoscenza “qualitativa” ragionevolmente buona delle forze da cui è determinata una corrispondenza fra l’offerta e domanda nei diversi settori del sistema economico, delle circostanze sotto cui sarà realizzata, e dei probabili fattori che impediranno una tale sistemazione.
I passi separati nella spiegazione di questo processo poggiano su fatti di esperienza quotidiana, e pochi tra quelli che si prenderanno il disturbo di seguire la discussione metteranno in discussione la validità degli assunti fattuali, o la correttezza logica delle conclusioni da essi ricavate.
Abbiamo effettivamente buona ragione di credere che la disoccupazione indichi che la struttura dei prezzi e degli stipendi relativi è stata distorta (solitamente dal controllo dei prezzi monopolistico o governativo) e che per ristabilire uguaglianza fra la domanda e l’offerta di forza lavoro in tutti i settori siano necessari un cambiamento dei prezzi relativi ed alcuni trasferimenti di forza lavoro.
Ma quando ci viene richiesta una prova quantitativa per la particolare struttura dei prezzi e degli stipendi che sarebbero richiesti per assicurare una vendita continua e regolare dei prodotti e dei servizi offerti, dobbiamo ammettere che non abbiamo tali informazioni.
Sappiamo, in altre parole, le condizioni generali in cui ciò che chiamiamo, per certi versi ingannevolmente, un equilibrio, verrà ristabilito; ma non sappiamo mai quali sarebbero i particolari prezzi o stipendi che esisterebbero se nel mercato si verificasse un tale equilibrio.
Possiamo soltanto dire quali sono le circostanze nelle quali possiamo attenderci che il mercato stabilisca prezzi e stipendi con cui la domanda uguaglierà l’offerta. Ma non potremo mai produrre informazioni statistiche che mostrino quanto i prezzi e gli stipendi prevalenti deviano da quelli che assicurerebbero una vendita continua dell’attuale offerta di forza lavoro.
Benché questa spiegazione delle cause della disoccupazione sia una teoria empirica – nel senso che non potrebbe essere provata falsa, per esempio se, con una massa monetaria costante, un aumento generale degli stipendi non conducesse a disoccupazione – non è certamente il genere di teoria che potremmo usare per ottenere previsioni numeriche specifiche riguardo ai tassi salariali, o la distribuzione del lavoro, che ci si aspettano.
Perché dovremmo, tuttavia, in economia, invocare l’ignoranza del genere di fatti su cui, nel caso di una teoria fisica, ci si aspetterebbe certamente che uno scienziato fornisca informazioni precise?
Probabilmente non sorprende che chi sia impressionato dall’esempio delle scienze fisiche troverebbe questa posizione molto insoddisfacente e insisterebbe sugli standard di prova che trovano in esse. Il motivo per questa situazione è il fatto, a cui già ho fatto un breve riferimento, che le scienze sociali, come molta della biologia ma diversamente della maggior parte dei campi delle scienze fisiche, devono occuparsi di strutture di complessità essenziale, vale a dire, con strutture le cui proprietà caratteristiche possono essere esibite soltanto da modelli composti di un numero di variabili relativamente ampio. La concorrenza, per esempio, è un processo che porterà determinati risultati soltanto se procede in un numero ragionevolmente grande di agenti.

In alcuni campi, specialmente dove problemi di tipo simile si presentano nelle scienze fisiche, le difficoltà possono essere superate usando, anziché informazioni specifiche sui diversi elementi, dati sulla frequenza relativa, o la probabilità, dell’occorrenza di varie proprietà distintive degli elementi. Ma questo è vero soltanto dove dobbiamo occuparci di quelli che il dott. Warren Weaver (in precedenza della Fondazione Rockefeller) ha chiamato, con una distinzione che dovrebbe essere molto meglio compresa, “fenomeni di complessità disorganizzata,” in contrasto a quei “fenomeni di complessità organizzata” con i quali ci dobbiamo confrontare nelle scienze sociali. [2]

La complessità organizzata qui significa che il carattere delle strutture che la espongono dipende non solo dalle proprietà di diversi elementi di cui sono composte e dalla frequenza relativa con cui si presentano, ma anche dal modo in cui i diversi elementi sono collegati tra loro. Nella spiegazione del funzionamento di tali strutture non possiamo per questo motivo sostituire le informazioni sui diversi elementi con informazioni statistiche, ma necessitiamo delle informazioni complete su ogni elemento se dalla nostra teoria dobbiamo derivare previsioni specifiche su eventi separati. Senza tali informazioni specifiche sui diversi elementi saremo limitati a ciò che in un’altra occasione ho chiamato semplici previsioni della struttura – previsioni di alcuni degli attributi generali delle strutture che si formeranno, ma non contenenti specifiche dichiarazioni circa i diversi elementi di cui le strutture si comporranno. [3]

Ciò è particolarmente vero per le nostre teorie che spiegano la determinazione dei sistemi dei prezzi e degli stipendi relativi che si formeranno in un mercato ben funzionante. Nella determinazione di questi prezzi e stipendi entreranno gli effetti di informazioni particolari possedute da ciascuno dei partecipanti nel processo di mercato – una somma di fatti che nella loro totalità non possono essere conosciuti all’osservatore scientifico, o a qualunque altro singolo cervello. È in effetti la fonte della superiorità dell’ordine del mercato, e la ragione per cui, quando non è soppresso dai poteri del governo, rimuove regolarmente altri tipi di ordine, che nella risultante allocazione delle risorse sarà utilizzata la maggiore conoscenza dei fatti particolari che esiste soltanto dispersa fra innumerevoli persone, di quella che una sola persona può possedere. Ma poiché noi, gli scienziati che osservano, non potremo quindi mai conoscere tutti i fattori determinanti di un tale ordine, e di conseguenza neanche possiamo sapere a quale particolare struttura di prezzi e stipendi la domanda eguaglierebbe ovunque l’offerta, nemmeno possiamo misurare le deviazioni da quell’ordine; né possiamo verificare statisticamente la nostra teoria che sono le deviazioni da quel sistema di “equilibrio” di prezzi e stipendi che rende impossible vendere alcuni dei prodotti e dei servizi ai prezzi a cui sono offerti.

Prima di continuare con la mia preoccupazione immediata, gli effetti di tutto questo sulle politiche occupazionali attualmente perseguite, mi permettono di definire più specificamente le inerenti limitazioni della nostra conoscenza numerica così spesso trascurate. Voglio far questo per evitare di dare l’impressione di rifiutare generalmente il metodo matematico nell’economia. Considero in effetti come il grande vantaggio della tecnica matematica il fatto che ci permetta di descrivere, per mezzo di equazioni algebriche, il carattere generale di una struttura di cui siamo ignari persino dei valori numerici che determineranno la sua particolare manifestazione. Potremmo a malapena aver ottenuto quella completa immagine delle interdipendenza reciproche dei diversi eventi in un mercato senza questa tecnica algebrica. Ha condotto all’illusione, tuttavia, che possiamo usare questa tecnica per la determinazione e la previsione dei valori numerici di quelle grandezze; e questo ha condotto ad un’inutile ricerca delle costanti quantitative o numeriche. Questo è accaduto malgrado il fatto che i moderni fondatori dell’economia matematica non avessero tali illusioni. È vero che i loro sistemi di equazioni che descrivono la struttura di un equilibrio del mercato sono tali che, se potessimo riempire tutti gli spazi vuoti delle formule astratte, ovvero, se conoscessimo tutti i parametri di queste equazioni, potremmo calcolare i prezzi e le quantità di tutti i prodotti e servizi venduti. Ma come Vilfredo Pareto, uno dei fondatori di questa teoria, dichiarò chiaramente, il suo scopo non può essere di “arrivare ad un calcolo numerico dei prezzi,” perché, disse, sarebbe “irragionevole” supporre che potremmo accertare tutti i dati. [4] Effettivamente, il punto principale era già stato visto da quei notevoli precursori dell’economia moderna, gli scolastici spagnoli del XVI secolo, che enfatizzarono ciò che denominarono pretium mathematicum, il prezzo matematico, dipendente da tante circostanze particolari da non poter mai essere conosciuto dall’uomo ma solo da Dio. [5] Talvolta vorrei che i nostri economisti matematici l’avessero tenuto in giusta considerazione. Devo confessare che ancora dubito che la loro ricerca delle grandezze misurabili abbia portato contributi significativi alla nostra comprensione teorica dei fenomeni economici – a differenza del loro valore come descrizione di situazioni particolari. Né sono preparato ad accettare la giustificazione che questo ramo della ricerca sia ancora molto giovane: sir William Petty, il fondatore dell’econometria, era dopo tutto in qualche modo un collega anziano di sir Isaac Newton nella Royal Society!

Ci possono essere pochi casi in cui la superstizione che soltanto le grandezze misurabili possano essere importanti ha arrecato danni positivi nel campo economico: ma i problemi attuali dell’occupazione e dell’inflazione sono molto gravi. Il loro effetto è stato che quella che probabilmente è la vera causa della vasta disoccupazione è stata trascurata dalla maggior parte degli economisti scientisticamente orientati, perché le sue operazioni non possono essere confermate da rapporti direttamente osservabili fra grandezze misurabili, e che una concentrazione quasi esclusiva su fenomeni superficiali quantitativamente misurabili ha prodotto una politica che ha peggiorato il problema.

Bisogna, è naturale, ammettere prontamente che il genere di teoria che considero come la vera spiegazione della disoccupazione è una teoria dal contenuto piuttosto limitato perché ci permette di fare solo previsioni molto generali del tipo di eventi che ci dobbiamo attendere in una situazione data. Ma gli effetti sulla politica delle costruzioni più ambiziose non sono stati molto fortunati e confesso che preferisco la conoscenza vera ma imperfetta, anche se lascia molte cose indeterminate ed imprevedibili, ad una pretesa di conoscenza esatta che è probabile che sia falsa. Il credito che la conformità apparente con gli standard scientifici riconosciuti può ottenere per teorie apparentemente semplici ma false può avere, come il caso attuale mostra, gravi conseguenze.

Infatti, nel caso discusso, le stesse misure che la teoria “macroeconomica” dominante ha suggerito come rimedio per la disoccupazione – vale a dire, l’aumento della domanda aggregata – sono diventate la causa di una vastissima cattiva allocazione delle risorse che è probabile che renda inevitabile una successiva disoccupazione su grande scala. L’iniezione continua di somme di denaro supplementari in punti del sistema economico in cui genera una domanda provvisoria che dovrà cessare quando l’aumento della quantità di moneta si arresta o rallenta, insieme all’aspettativa di un continuo aumento dei prezzi, attira forza lavoro ed altre risorse in occupazioni che possono durare soltanto a condizione che l’aumento della quantità di moneta continui allo stesso tasso – o forse persino solo a condizione che continui ad accelerare ad un tasso dato. Quello che questa politica ha prodotto non è tanto un livello di occupazione che non avrebbe potuto essere determinato in altri modi, quanto una distribuzione dell’occupazione che non può essere mantenuta indefinitamente e che dopo un certo lasso di tempo può essere mantenuta soltanto da un tasso di inflazione che condurrebbe velocemente alla disorganizzazione di ogni attività economica. Il fatto è che per un’errata visione teorica siamo stati condotti in una posizione rischiosa in cui non possiamo impedire ad una sostanziale disoccupazione di riapparire; non perché, come è talvolta fraintesa questa visione, questa disoccupazione è determinata deliberatamente come mezzo per combattere l’inflazione, ma perché ora è destinata ad accadere come conseguenza profondamente spiacevole ma inevitabile delle politiche erronee del passato non appena l’inflazione cessa di accelerare.

Devo, tuttavia, lasciare ora questi problemi di importanza pratica immediata che ho introdotto principalmente a titolo illustrativo delle conseguenze di grande rilievo che possono seguire dagli errori riguardanti problemi astratti della filosofia della scienza. Ci sono altrettanti motivi per essere consci dei pericoli di lungo termine generati in un campo molto più largo dall’accettazione acritica di asserzioni che hanno l’apparenza di essere scientifiche di quanti ce ne siano riguardo ai problemi che ho appena discusso. Ciò che principalmente ho voluto mettere in evidenza tramite l’illustrazione dell’attualità è che certamente nel mio campo, ma credo anche generalmente nelle scienze umane, quella che appare superficialmente come la procedura più scientifica è spesso la meno scientifica e, oltre questo, che in questi campi ci sono dei limiti definiti a ciò che possiamo attenderci che la scienza realizzi. Questo significa che affidare alla scienza – o al controllo intenzionale secondo i principi scientifici – qualcosa di più di ciò che il metodo scientifico può realizzare può avere effetti deplorevoli. Il progresso delle scienze naturali nei tempi moderni naturalmente ha talmente superato tutte le aspettative che qualsiasi suggerimento che possa avere dei limiti è destinato a destare il sospetto. Resisteranno ad una tale idea specialmente tutti quelli che hanno sperato che il nostro crescente potere di previsione e controllo, generalmente considerato il risultato caratteristico del progresso scientifico, applicato ai processi della società, ci avrebbe presto permesso di modellare l’intera società a nostro piacere. È effettivamente vero che, contrariamente all’entusiasmo che le scoperte delle scienze fisiche tendono a produrre, la comprensione che otteniamo dallo studio della società ha più spesso l’effetto di smorzare le nostre aspirazioni; ed è forse non sorprendente che i più giovani e più impetuosi membri della nostra professione non sono sempre preparati accettarlo. Tuttavia la fiducia nel potere illimitato della scienza è solo basata troppo spesso sulla falsa credenza che il metodo scientifico consista nell’applicazione di una tecnica pronta, o nell’imitazione della forma piuttosto che della sostanza della procedura scientifica, come se bastasse soltanto seguire alcune ricette di cucina per risolvere tutti i problemi sociali. A volte sembra quasi che le tecniche della scienza siano state imparate più facilmente del pensiero che ci mostra quali sono i problemi e come affrontarli.

Il conflitto fra ciò che il pubblico nel suo umore attuale si aspetta che la scienza realizzi per soddisfare delle speranze popolari e ciò che è realmente in suo potere è una questione seria perché, anche se i veri scienziati riconoscessero tutti le limitazioni di quel che possono fare nel campo degli affari umani, finché il pubblico si aspetterà di più ci sarà sempre qualcuno che fingerà, e forse onestamente crederà, di poter fare di più per rispondere alle esigenze popolari di quanto sia realmente in suo potere. È spesso abbastanza difficile per l’esperto, e certamente in molti casi impossibile per il profano, distinguere fra pretese legittime ed illegittime avanzate nel nome della scienza. L’enorme pubblicità recentemente fatta dai media ad un rapporto che si pronuncia in nome della scienza su I limiti alla crescita ed il silenzio degli stessi media sulla critica devastante che questo rapporto ha ricevuto dagli esperti competenti, [6] deve renderci in qualche modo prudenti circa l’uso che può esser fatto del prestigio della scienza. Ma non è affatto soltanto nel campo dell’economia che sono stati lanciati proclami esagerati a nome di una direzione più scientifica di tutte le attività umane e dell’opportunità di sostituire dei processi spontanei con il “controllo umano cosciente.” Se non mi sbaglio, la psicologia, la psichiatria ed alcuni rami della sociologia, per non parlare della cosiddetta filosofia della storia, sono ancor più influenzate da quello che ho chiamato il pregiudizio scientistico e dai proclami speciosi di ciò che la scienza può realizzare. [7]

Se dobbiamo salvaguardare la reputazione della scienza ed impedire l’arrogarsi di conoscenza basata su una somiglianza superficiale della procedura con quella delle scienze fisiche, un grande sforzo dovrà essere orientato verso la confutazione di tali pretese, alcune delle quali sono ormai diventate interessi acquisiti di sezioni di università riconosciute. Non possiamo essere abbastanza riconoscenti a moderni filosofi della scienza come sir Karl Popper per darci un test con cui possiamo distinguere fra cosa possiamo accettare come scientifico e cosa no – un test che sono sicuro alcune dottrine ora ampiamente accettate come scientifiche non passerebbero. Ci sono alcuni particolari problemi, tuttavia, in relazione a quei fenomeni essenzialmente complessi di cui le strutture sociali sono un caso così importante, che mi fanno desiderare di riaffermare in conclusione in termini più generali le ragioni per le quali in questi campi non soltanto ci sono solo ostacoli assoluti per la previsione di eventi specifici, ma perché comportarsi come se possedessimo la conoscenza scientifica che ci permetterebbe di oltrepassarli può in sé diventare un serio ostacolo al progresso dell’intelletto umano.

Il punto principale che dobbiamo ricordare è che il grande e rapido progresso delle scienze fisiche è avvenuto in campi in cui ha dimostrato che la spiegazione e la previsione possono basarsi su leggi che spiegano i fenomeni osservati come funzioni di comparativamente poche variabili – sia fatti particolari che frequenze relative degli eventi. Questa può persino essere l’ultima ragione per la quale scegliamo questi regni come “fisici” in contrasto con quelle strutture più altamente organizzate che qui ho denominato fenomeni essenzialmente complessi. Non c’è ragione per la quale la posizione deve essere la stessa in questi ultimi come nei primi campi. Le difficoltà che incontriamo negli ultimi non sono, come uno potrebbe inizialmente sospettare, difficoltà di formulare teorie per la spiegazione degli eventi osservati – anche se questi causano anche speciali difficoltà nel verificare le spiegazioni proposte e quindi nell’eliminazione delle teorie difettose. Sono dovuto al problema principale che si presenta quando applichiamo le nostre teorie a qualsiasi situazione particolare nel mondo reale.

Una teoria dei fenomeni essenzialmente complessi deve riferirsi ad un largo numero di fatti particolari; e per derivarne una previsione, o per verificarla, dobbiamo accertare tutti questi fatti particolari. Una volta che riuscissimo a far questo non ci dovrebbero essere particolari difficoltà per derivare delle previsioni verificabili – per mezzo dei calcolatori moderni dovrebbe essere abbastanza facile inserire questi dati negli appropriati spazi vuoti delle formule teoriche e derivarne una previsione. La difficoltà reale, alla soluzione di cui la scienza ha poco da contribuire, e che talvolta è effettivamente insolubile, consiste nella constatazione dei fatti particolari.

Un semplice esempio mostrerà la natura di questa difficoltà. Considerate un certo gioco di pallone giocato da poche persone di abilità approssimativamente uguale. Se conoscessimo alcuni fatti particolari oltre alla nostra generale conoscenza dell’abilità di diversi giocatori, come la loro condizione di attenzione, le loro percezioni e la condizione dei loro cuori, polmoni, muscoli, ecc. ad ogni momento del gioco, potremmo probabilmente predire il risultato. Effettivamente, se fossimo familiari sia con il gioco che con le squadre dovremmo probabilmente avere un’idea ragionevolmente sagace su cosa dipenderà il risultato. Ma naturalmente non potremo accertare quei fatti e di conseguenza il risultato del gioco sarà fuori della gamma scientifica del prevedibile, per quanto bene possiamo sapere che effetti avrebbero sul risultato del gioco gli eventi particolari. Ciò non significa che non possiamo fare alcuna previsione sul corso di un simile gioco. Se conosciamo le regole dei giochi differenti potremmo molto presto sapere, guardandone uno, quale gioco si sta giocando e che tipo di azioni possiamo prevedere e che tipo no. Ma la nostra capacità di predire sarà limitata a tali caratteristiche generali degli eventi da prevedere e non comprende la capacità di predire singoli eventi particolari.

Questo corrisponde a ciò che ho denominato prima semplici previsioni strutturali a cui sempre più siamo limitati nel passare dal regno in cui leggi relativamente semplici prevalgono alla gamma dei fenomeni dove regna la complessità organizzata. Mentre avanziamo, troviamo sempre più frequentemente che possiamo in effetti accertare soltanto alcune ma non tutte le circostanze particolari che determinano il risultato di un processo dato; e di conseguenza possiamo predire soltanto qualcuna ma non tutte le proprietà del risultato che dobbiamo prevedere. Spesso tutto ciò che potremo predire sarà qualche caratteristica astratta della struttura che apparirà – rapporti fra generi di elementi di cui conosciamo singolarmente pochissimo. Tuttavia, poiché sono ansioso di ripetermi, potremo ancora realizzare previsioni che possono essere falsificate e che quindi sono di importanza empirica.

Naturalmente, rispetto alle previsioni precise che abbiamo imparato ad aspettarci nelle scienze fisiche, questo tipo di semplici previsioni strutturali è una seconda scelta di cui non è piacevole accontentarsi. Tuttavia il pericolo di cui voglio avvertire è precisamente la credenza che per avere un’affermazione da accettare come scientifica è necessario realizzare di più. Questo è ciarlatanismo o peggio. Agire sulla convinzione di avere la conoscenza ed il potere che ci permettono di modellare i processi della società interamente a nostro piacere, conoscenza che in realtà non possediamo, è probabile che ci porti ad arrecare molti danni. Nelle scienze fisiche ci possono essere poche obiezioni alla ricerca di fare l’impossibile; si potrebbe persino pensare che non si debba scoraggiare il presuntuoso perché i suoi esperimenti possono dopo tutto produrre qualche nuova intuizione. Ma nel campo sociale, la convinzione errata che esercitare un certo potere avrebbe conseguenze favorevoli è probabile conduca ad un nuovo potere di costringere altri uomini una volta ottenuta una certa autorità. Anche se tale potere non è in sé cattivo, il suo esercizio è probabile impedisca il funzionamento di quelle forze d’ordine spontaneo da cui, senza capirle, l’uomo è in effetti così grandemente aiutato nell’inseguimento dei suoi obiettivi. Stiamo soltanto cominciando a capire quanto sottile sia il sistema di comunicazione su cui è basato il funzionamento di una società industriale avanzata – un sistema di comunicazione che chiamiamo mercato e che risulta essere un meccanismo più efficiente per elaborare l’informazione dispersa di qualsiasi deliberatamente progettato dall’uomo.

Se l’uomo non deve fare più male che bene nei suoi sforzi per migliorare l’ordine sociale, dovrà imparare che in questo, come in tutti gli altri campi in cui la complessità essenziale di un genere organizzato prevale, non può acquisire la conoscenza completa che permetterebbe la padronanza degli eventi. Quindi dovrà usare la conoscenza che può ottenere, non per modellare i risultati come l’artigiano modella i suoi oggetti, ma piuttosto per coltivare una crescita fornendo l’ambiente adatto, così come fa il giardiniere per le sue piante. C’è un pericolo nell’esuberante sensazione di sempre maggiore potere che il progresso delle scienze fisiche ha generato e che tenta l’uomo a provare, “ubriaco di successo,” per usare una frase caratteristica del primo comunismo, a soggiogare non solo il nostro ambiente naturale ma anche quello umano al controllo della volontà umana. Il riconoscimento dei limiti insormontabili alla sua conoscenza deve effettivamente insegnare allo studioso della società una lezione di umiltà che dovrebbe impedirgli di diventare stare un complice nel fatale tentativo degli uomini di controllare la società – un tentativo che lo rende non solo un tiranno dei suoi compagni, ma che può renderlo il distruttore di una civiltà che nessun cervello ha progettato ma che è nata dagli sforzi liberi di milioni di individui.
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Note

[1] “Scientism and the Study of Society,” Economica, vol. IX, no. 35, Agosto 1942, ristampato in The Counter-Revolution of Science, Glencoe, Ill., 1952, p. 15 di questo ristampa.

[2] Warren Weaver, “A Quarter Century in the Natural Sciences,” The Rockefeller Foundation Annual Report 1958, capitolo I, “Science and Complexity.”

[3] Vedi il mio saggio “The Theory of Complex Phenomena” in The Critical Approach to Science and Philosophy: Essays in Honor of K.R. Popper, ed. M. Bunge, New York 1964, e ristampato (con le aggiunte) nel mio Studies in Philosophy, Politics and Economics, London and Chicago 1967.

[4] V. Pareto, Manuel d’économie politique, 2nd. ed., Paris 1927, pp. 223–4.

[5] Vedi, per esempio, Luis Molina, De iustitia et iure, Cologne 1596–1600, tom. II, disp. 347, no. 3, e specialmente Johannes de Lugo, Disputationum de iustitia et iure tomus secundus, Lyon 1642, disp. 26, sect. 4, no. 40.

[6] Vedi The Limits to Growth: A Report of the Club of Rome’s Project on the Predicament of Mankind, New York 1972; per un esame sistematico di questo da un economista competente, cf. Wilfred Beckerman, In Defence of Economic Growth, London 1974, e, per una lista delle prime critiche degli esperti, Gottfried Haberler, Economic Growth and Stability, Los Angeles 1974, che chiama giustamente il loro effetto “devastante.”

[7] Ho dato alcune illustrazioni di queste tendenze in altri campi nella mia conferenza inaugurale come professore in visita all’università di Salisburgo, Die Irrtümer des Konstruktivismus und die Grundlagen legitimer Kritik gesellschaftlicher Gebilde, Munich 1970, ora ristampata per il Walter Eucken Institute, a Freiburg i.Brg. by J.C.B. Mohr, Tübingen 1975.

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